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Tribunale del popolo. Perché no? I precedenti sono ottimi

08 Gen 2017


Si sente parlare in giro di "tribunali del popolo". Non che non mi fidi del popolo, magari un po' meno di una troppo facile propensione di questo o di quello di ritenersi il popolo. Ma poi mi sono tranquillizzato perché non c'è, nella storia, più eccelsa espressione della civiltà giuridica del "tribunale del popolo". Tanto per cogliere il meglio.  
 
1792, il 15 agosto. Una delegazione della Comune di Parigi, condotta da Robespierre, richiede all’Assemblea Nazionale Legislativa della rivoluzione francese la creazione di un "tribunale del popolo". All’inizio ottiene un rifiuto, poi dopo due giorni, arriva l’approvazione. Si chiamerà "tribunale criminale" e sarà lo spettacolo della ghigliottina, dove il popolo andava a vedere le teste saltare e a provare il piacere di inorridirsi.
 
1942, sempre agosto. A Berlino viene istituito il “tribunale del popolo”, il tribunale nazista per giudicare i dissensi alla dittatura nazista. Una fotocopia dei tribunali stalinisti, che però si chiamano “tribunali speciali”, e si giudica il dissenso alla dittatura comunista. Il giudice giudicante agisce anche da pubblico ministero, e può legalmente esercitare un'azione aggressiva e provocatoria rispetto agli imputati. Lo scopo è di mimare la legalità, perché comunque l’imputato è già condannato prima di entrare in aula.
 
1966-1969. La Rivoluzione Culturale cinese, con il “Libretto Rosso” in mano, è affidata alle scatenate bande delle “Guardie Rosse” del Grande Timoniere il presidente Mao. Sono loro a gestire il “tribunale del popolo”, senza bisogno di aule di tribunale e di dibattito. Si acchiappa questo o quello, gli si appioppa il reato di “nemico di classe” per appartenenza a ceto sociale.  Accusa e sentenza si svolgono in contemporanea; la punizione varia dai lavori forzati alla morte.
 
1978, il 9 maggio. Il “tribunale del popolo” è amministrato in clandestinità dalle Brigate Rosse. Organizza un “processo politico” in cui accusa e giudice si identificano. L’imputato è un uomo politico, Aldo Moro. È accusato di reati ideologici e di condotta politica a servizio dei “poteri forti”. L’esecuzione della sentenza è la condanna a morte. Fucilato con una mitraglietta.
 

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