Political Coaching

Questo secolo così corsaro

11 Lug 2016

Ai terroristi del Bangladesh non gli pareva sufficiente ucciderli con una scarica di kalashnikov a quei peccatori occidentali che non sapevano citare a memoria i versi del Corano; gli ci voleva anche un po' di tortura con le lame, perché non se la cavassero passando da vita a morte senza un anticipo del castigo riservato loro nell'inferno. Gli inferni monoteisti come si sa sono un luogo di "pianto e di stridor di denti".

Immagino il guerriero senza macchia di Boko Haram al telefono: «Hai sentito quello che ci ha lasciato la pelle in Italia? Poi dicono. Perché gli hanno detto scimmia alla moglie. Noi sì, che prepariamo le ragazzine per il paradiso e le mandiamo al martirio impedendo loro il peccato di frequentare la scuola occidentale». E l'altro: «Gli sta bene a quella Chimiary, così impara a scappare dai cristiani».
Immagino anche l'ultrà marchigiano, che ha steso con un pugno Emmanuel, saltato su perché gli avevano insultato la moglie, allargare le braccia e spiegare: «Ha cominciato lui; io ho solo detto una cosa da stadio, per scherzare». 

E bravo Tony Blair, che chiede scusa d'aver servito da lacché a Bush per una partita di caccia a Saddam e per bombardare un po' d'Iracheni e già che ci siamo anche per una incasinata dell'Iraq. La buona fede assolve sempre; del resto il suo Parlamento gli aveva dato l'assenso, anche se sulla base di una falsità (e torna, il machiavellico fine che giustifica i mezzi!). Siamo o non siamo inglesi? Mica si può pretendere che ogni parlamentare vada a verificare la fondatezza delle informazioni date da un capo del governo. E poi, finiamola lì, il giudizio appartiene alla storia e non è ancora detto che il disastro odierno del Medio Oriente e delle guerre terroristiche susseguenti siano colpa di quella guerra sbagliata.

Nel frattempo due poliziotti bianchi ammazzano alla brava due afroamericani di cui quello della Louisiana sta steso a terra ed è disarmato. Ma non bisogna scandalizzarsi troppo; gli afroamericani sono come la moglie del famoso proverbio maschilista cinese che sentenzia «quando torni a casa prendi a schiaffi tua moglie, perché qualcosa che non sta bene l'ha fatto, anche se non sai cosa».
Di rincalzo a Dallas tre afroamericani salgono sul tetto di un palazzo e danno voce alla legge del taglione sparando ai poliziotti in strada come alle sagome nere del tiro a segno; celebrano così un altro colpo di fucile, di molti anni fa, pochi metri più in là in quella stessa Dallas, che ha dato l'immortalità del martire a John Fritzgerald Kennedy.  

Sto mescolando insieme fatti lontani e di nessuna attinenza, i cui protagonisti potrebbero, qui e adesso, portare le loro ragioni a spiegazione del proprio comportamento.

Il mio rimescolamento è del tutto intenzionale. Non voglio cercare i fattori necessari a creare una cornice sociologica. Non mi interessa nemmeno quella che gli psicologi dei processi decisionali chiamano la "cascata delle disponibilità".
Questo secolo è nato salutato dal rombo e dalla fiammmata dell'impatto di due aerei sui fianchi alti delle Twin Towers. E continua sanguinando d'inimicizia non lenita certo dall'amicizia di Facebook né tenuto insieme in concordia nonostante l'abbraccio dei monopolisti della Silicon Valley.
Mi chiedo quale sia la sua malattia.

Il secolo scorso iniziò con un colpo di pistola a Sarajevo. Impiegò cinquant'anni prima di accorgersi del fallimento di tutti i suoi grandi miti: la razza, la dittatura del proletariato, l'innocenza della scienza, la neutralità dei mercati; si salvò a malapena quello della democrazia che si conquistò una pace precaria, la speranza della nascita di nuove nazioni e di nuovi ideali di libertà. Eppure fu proprio la democrazia che gestì male - al suo interno - il ribollire delle nuove idee e - al suo esterno - il travaglio delle nuove i nazioni; ma soprattutto non comprese né prevedette la crisi di crescita della civiltà islamica.

Saprà la democrazia portare il suo contributo di civiltà senza lasciarsi trascinare sulla strada di sangue che ha attraversato il secolo scorso nella sua prima metà?
Ma, soprattutto, saprà rispondere alla nuova questione che le si pone e che la spinge ai limiti di una crisi identitaria: i valori ideali, umanitari e mercantili della democrazia hanno in sé le risorse sufficienti per diventare principio animatore di una globalizzazzione in cui dovranno coesistere gomito a gomito tutte le grandi correnti culturali, sociali e politiche della nostra specie, ormai definitivamente unificata in un solo continente?

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