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Non bastano le 'giornate della memoria delle vittime', comprese quelle dell'emigrazione

03 Ott 2016

Una proposta: perché non una "giornata della memoria dei carnefici e degli schiavisti"? La coincidenza - almeno per noi italiani - è singolare. Noi, oggi 3 ottobre, celebriamo la "giornata nazionale delle vittime dell'emigrazione", mentre i nostri amici ungheresi si palleggiano in mano con molta perplessità il risultato del loro referendum. Il premier ungherese Orban aveva chiesto un referendum sulla ripartizione fra tutti gli Stati europei di parte degli emigranti che si scaricano sulle coste italiane e greche (le cosiddette "quote"). Il referendum, al bilancio finale del suo esito, rimane invalidato dal quorum non raggiunto dei partecipanti.
Orban, insomma, perde il referendum. Ma nello stesso tempo egli può permettersi di mettere in piedi uno strampalato ragionamento del tipo: «noi del "no" siamo la maggioranza straripante dei non vincitori, e quindi, come vincitori dei non vincitori, vogliamo che la questione delle quote sia liquidata comunque». Nella sua macchinosità il ragionamento ha una giustificazione nel fatto che il 98% dei votanti ha votato per il rifiuto delle quote di immigranti, mentre il contrario non ha ottenuto che il 2%. Lo sbilanciamento si può leggere sia come una significativa sproporzione numerica sia come prova che la campagna dell'astensione degli avversari ha raggiunto il suo scopo, ma sia anche come la palese dimostrazione che i contrari al rifiuto delle quote di immigranti hanno poche idee e motivazioni per mobilitarsi.
La questione degli emigranti è sempre più una narrazione complessa e meno che mai solo una sfida politica ed economica. La giornata che oggi celebriamo – come tante altre giornate della memoria di cui si sta arricchendo il nostro calendario civile – ne è un aspetto. Parleremo di "vittime" dell'emigrazione. Non dimenticare le vittime è e dovrà essere sempre un dovere di chi resta. È una condizione dello spirito che nutre intensamente la pietà, l'empatia, e richiama all'attenzione su aspetti della storia in cui lo spirito umano ha svelato le sue peggiori potenzialità.
Ma il punto è proprio questo. Con la giornata della memoria degli emigranti, nella quale con la mente andiamo alla disperazione di quei poveri annegati nel Mediterraneo, celebriamo appunto il dolore e ci ripetiamo "mai più". Ma è poco più di un esorcismo, questo "mai più", perché non mette a fuoco la vera questione che sta dietro a tutte le "giornate della memoria" e che riguarda la malvagità partorita attraverso corsi e ricorsi storici dalla nostra specie a causa di ideologie, di potere repressivo, di vissuti sociali ed economici, di paure, di rabbie, di odio terroristico (che ritengo sia una specifica disposizione alla crudeltà e alla viltà insieme) che noi umani sappiamo esprimere. E difatti, quante volte il razzismo, la xenofobia, la conflittualità sociale e di genere ha fatto ritornare impetuosamente comportamenti collettivi che si sperava scomparsi? E forse è proprio a questo che non dedichiamo una riflessione collettiva, alla banalità del male di cui siamo capaci e che alligna acquattato in noi.
Se proprio vogliamo continuare ad arricchire la memoria come luogo della riflessione, perché non celebrare anche una "giornata della malvagità della specie umana", o della "follia della specie umana", o della "crudeltà della specie umana"? Non potrebbe corroborare una riflessione più realistica della nostra storia, e ad illudersi un po' meno che i peggiori (nazisti, schiavisti, truffatori, ecc.) stanno sempre da un'altra parte o in un'altra epoca? 

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