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Ma quanta indignazione con la 'post-verità'

04 Dic 2016

L’Oxford English Dictionary ha eletto, per quest’anno, come parola internazionale dell’anno in Inghilterra e negli USA, per il 2016, “post-truth”, “post-verità”, ed equivarrebbe, per dirla col vocabolario a: modalità comunicativa in cui «i fatti obiettivi sono meno influenti sull'opinione pubblica rispetto agli appelli emotivi e alle convinzioni personali». Però fa indignare. E pare che non sia poco.
 
Sembra che la post-verità viaggi forte nei discorsi politici e sul web. La “politica della post-verità” sarebbe una cultura politica tutta imperniata su dibattiti in cui sovrabbondano gli appelli alle emozioni non granché attinenti alla sostanza degli argomenti in discussione, e caratterizzata dalla ripetizione delle stesse argomentazioni che ignorano confutazioni di fatto. Insomma nella post-verità non ha importanza la verità ma l’efficacia dialettica del dibattito. E ciò permette di assaporare quell’indignazione che infiamma l’animo e riscalda il cuore, perché cosa è di più eccitante dello scandalizzarsi?
 
Il Washington Post si è divertito a valutare il grado di verità dei dibattiti assegnando Pinocchi. Un Pinocchio equivale a una quasi-verità, due Pinocchi a una verità con omissioni o esagerazioni, tre Pinocchi a una quasi falsità, quattro Pinocchi a una bufala totale. C’è perfino il Pinocchio capovolto, quando il soggetto ritratta un’affermazione precedente affermando che gli altri non hanno capito bene.
Non credo che gli inventori di bufale siano degli ingenui. Qualcuno ci marcia, qualcuno ci fa perché trova divertente che tutti credano alla sua bufala che più grossa non si poteva immaginare, e qualcuno pesca nel torbido.
Sembra che il campione sia stato Trump, perché ha raggiunto quota 59 nei quattro Pinocchi. Verrebbe da chiedere: la verità o la falsità palese sono ininfluenti in termini di successo politico, ma a spararle davvero grosse poi si vince?
 
Così pare per le bufale sul web, che più sono grosse, più raccattano entusiastici seguaci. Cliccate su Facebook “senatore Cirenga” e vi appare un volto serioso baffi inclusi. Avrebbe perfino proposto una legge per dare un fondo di sostegno ai “parlamentari in crisi”. Immaginarsi l’indignazione, perché l’indignazione fa bene all’autostima. Solo che il senatore Cirenga non esiste.
Mi viene in mente quel motociclista che passa con il rosso. Lo fermano i vigili per multarlo e quello – indignato, ovviamente, – «ma come, invece che inseguire i politici ladri fermate me». La fonte della notizia è il giornalista Carlo Puca, di Panorama, venerdì scorso a RadioRai3, “Prima pagina”.
 
Suggerimenti per non rimanere vittime della post-verità e non abboccare alle bufale ce ne sono a bizzeffe: dal coltivare la propria capacità critica, alla cultura del sapere scientifico, al piacere del giudicare con logica, ad usare il metodo della verifica, al diffidare delle enormità, a riflettere sul bisogno di “straordinario” come compensazione dello squallore in cui noi stessi lasciamo il nostro quotidiano.
 
E infine ne aggiungo questo, di suggerimento: un antipiretico alla settimana contro la febbre troppo alta di indignazione. Troppo inseguimento dell’indignazione non sarà anche il sintomo della frustrazione di non riuscire a cambiare cominciando dal proprio orticello quotidiano?

di Mario Papadia

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