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La sconfitta del quarto leader italiano che si intitola un 'rinnovamento' radicale

05 Dic 2016

Non è così difficile stabilire, in una vicenda come questa del referendum del 2016, se abbia più rilevanza l'opposizione alla proposta di riforma costituzionale votata con maggioranza parlamentare, o la sconfitta politica di Matteo Renzi.
Di certo, nuovamente dopo appena un decennio, dai tempi dei governi Berlusconi, un referendum ha bocciato una riforma costituzionale votata a maggioranza dal Parlamento. Ciò sta probabilmente a significare che in Italia permane molta idiosincrasia a toccare la Costituzione, anche nella seconda parte, quella non fondata direttamente sui principi fondamentali della democrazia.
 
Ma in realtà, e sarebbe come coprirsi gli occhi con le mani per non vedere, questo referendum è stata una elezione politica perduta da Matteo Renzi e il suo governo, e perduta con numeri fin troppo netti per non significare un rifiuto, da parte della maggioranza del popolo italiano, delle scelte politiche avvenute e della leadership che le ha proposte.
 
Guardando con una visione da mappa questi ultimi trent'anni di storia del nostro Paese, ad iniziare dalla crisi degli anni '80, si nota una costante: tutti i leader che hanno voluto riformarlo – nel bene e nel male – sono rimasti vittime del loro stesso tentativo.
Craxi, Prodi, Berlusconi, Renzi: furono il sintomo della presunzione di una parte dell'Italia – ora questa ora quella, e comunque espressione di diverse visioni politiche –  di cambiare l'Italia, oppure furono il sintomo di un sistema "immunitario" italiano per cui le leadership significative sono condannate ad essere travolte prima o poi in modo traumatico?
E qui non si può non mettere sull'avviso Grillo-Di Maio, che non sono meno tipizzati in senso innovatore dei precedenti politici, a guardarsi bene le spalle, che già gli fanno le pulci.
 
A me pare che il nostro Paese, torno a dire dagli anni '80 in qua, non sia ancora riuscito a trovare la strada per rinnovare se stesso, e darsi un adeguato senso di orgoglio nazionale per la capacità di gestire un'epoca di cambiamenti epocali nell'economia e nel lavoro, nella globalizzazione finanziaria ed emigratoria, nella formazione di nuovi saperi, e di giustizia sociale.
Perciò fare politica, oggi più che ieri, è una missione di enorme rilevanza sociale, che richiede la virtù non ordinaria di abbinare all'amministrazione dell'esistente, la forza profetica del rinnovamento a servizio delle nuove generazioni.

di Mario Papadia

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