Political Coaching

La politica dei tweet e del tutti contro tutti

16 Feb 2017


Breve, sintentica, fulminante, senza le lungaggini dei ragionamenti, diritta la bersaglio come una esecrazione quando si inciampa, trionfa il  tweet. Altro che dibattito televisivo. La battuta dura e pura, erede monologante del The Late Show di David Letterman, pervade la comunicazione politica della democrazia occidentale, senza alcuna distinzione di confini. Poco bisogno di precisare, di circostanziare, di esplicitare, a cui segue talvolta un lamentoso "sono stato frainteso".
 
Un bene? Un male? Non saprei dire. Certo un fatto. Che si accompagna alla frustrante sensazione del "tutti contro tutti", una spasmodica esigenza che pervade le democrazie, e che in Italia sembra aver raggiunto livelli da febbre da cavallo.
 
È fin troppo evidente che la democrazia occidentale è entrata in una fase critica di notevole profondità. Sotterranea ed emergente, in essa, si scorge l'esigenza di una ristrutturazione dei rapporti di potere fra politica e magistrutura, fra economia e politica, fra comunicazione e politica, fra sistemi di educazione e politica, fra etica e politica, fra crisi ambientale e politica, fra crisi antropica e politica. La sua leadership, che la poneva come speranza di molti popoli, sta evanescendo, perché ha bisogno di nuovi modelli di pensiero, di nuovi ideali forti, che non riesce ad elaborare.
 
D'altronde nonostante l'emergere dei muri, siamo tutti sempre più gomito a gomito, nazioni ed economie, e quindi mentre si impone la necessità agli Stati di rielaborare la visione del loro stare insieme nell'Onu e in altri organismi di cooperazione internazionale, che fare, noi nel nostro ristretto ambito di cittadini?
 
Mi vien fatto di affermare di non cedere più di tanto alla rapidità di pensiero affrancandola dai tweet e di costruire luoghi e tempi di confronto diretto, dovunque sia e comunque sia, esplorando le possibilità di nuove aggregazioni e di nuovi centri di elaborazione del pensiero.

di Mario Papadia
 

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