Political Coaching

Il referendum del rabbino

30 Nov 2016

Avrò letto almeno una trentina di articoli di pro e di contro verso il quesito di questo referendum, quindici di qua con le buone ragioni per votare sì, quindici di là con le buone ragioni per votare no. Ho proprio voluto leggere articoli di esperti cui mi tolgo tanto di cappello, su tre o quattro testate italiane, non partigiane.
 
Mi è tornata alla mente quella storiella ebraica che racconta di un rabbino. Deve giudicare per dirimere una disputa fra due contendenti che si sono rivolti a lui, un po' alla Salomone. Ascolta attentamente il primo, e al fine del suo discorso afferma: «hai proprio ragione»; ascolta le ragioni dell'altro, e anche qui, alla fine del discorso di quello, scrolla convinto la testa e mormora: «hai proprio ragione». Ora, la storiella aggiunge che sulla soglia della stanza ci sta a curiosare il bimbo del rabbino, il quale, sentendo le parole del padre, esclama: «ma babbo, non possono avere ragione ambedue, se portano due ragioni opposte». Il rabbino gira la testa, lo guarda e scrolla nuovamente il capo: «hai ragione anche tu», sentenzia.
 
Così è per me. Là fuori c'è una fila di persone, a cominciare da buona parte dei miei familiari della seconda generazione che mi vuol convincere che non c'è verso, bisogna votare "no", di fianco a una fila all’incirca lunga altrettanto di amici che debbo votare "sì". Mi spiace di non poter parteggiare, perché alla mia testa le ragioni che ho letto sono seriamente equanimi.
 
E qui a me succede sempre una sterzata del pensiero forse stravagante ma che per me funziona. Ed è questo: poiché le ragioni intrinseche al voto di qua o di là non sono dirimenti, mi appello a ragioni estrinseche, nella misura in cui sono ragioni, ovviamente. E con ciò credo che sto usando la stessa procedura del pensiero di almeno il 99% delle persone che ho sentito.  
 
I concittadini del "no" mi rassicurano che, nel caso di vittoria di questo, si farà una nuova riforma. Non la bevo. Fare lega per dire insieme "no" è facile. Nel "no" non esistono distinzioni, e perciò non richiede alcuno sforzo affermativo, ma solo negativo. Non è per niente altrettanto per mettersi d'accordo su un "sì". Sono cresciuto a friselle, pomodori, basilico, olio e politica, fino a una certa età, e poi a polenta e baccalà, e me le ricordo come se fossero ieri tutte le elezioni di allora a cominciare dal '48, anche se ero un bambino. E se non proprio allora ma certo molto presto si mugugnava contro il bicameralismo perfetto e di parti della Costituzione inattuate. Mi ci vogliono tutte le dita della mano per ricordare quante volte questo cavolo di bicameralismo è stata la palude di decisioni mai in porto. Come adesso quello del cognome della madre al figlio che giace da due anni al Senato.
 
Io sono quello della “riprogrammazione” e so che una costante della natura e della civiltà è il cambiamento per approssimazione, e che il cambiamento perfetto è una utopia che ha fatto più vittime lui della peste.
 
Ma c’è una cosa che mi sta qui sullo stomaco, da quando ho sentito Renzi dire: «se vince il no me ne vado a casa». Ma senti questo! Se avesse frequentato il mio corso di «political coaching», avrebbe capito al volo che era la frase perfetta per istigare negli altri la voglia di farlo. Ma forse non era necessario nemmeno partecipare al corso. Insomma, ecco come si danneggia un obiettivo politico.

di Mario Papadia

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