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Il punto di rottura dei macachi, e quello del PD

21 Feb 2017


Per un’amabile coincidenza, leggo su Science, la notizia di uno studio, condotto da messo a punto da ricercatori dell'Arizona State University e del Santa Fe Institute, Usa, sulla misurazione con un modello matematico della probabilità che una società animale sia vicina a un drastico sovvertimento gerarchico.
 
L’amabile coincidenza (o “sventurata”, o “fortunata”, oppure ancora “inevitabile”, come più garba a chi legge, stante il suo punto di vista) è che la notizia giunge in contemporanea al tormentone della scissione nel PD. Ad averlo saputo prima, lo si sarebbe potuto passare sottobanco, che so, a Renzi, a Emiliano, Bersani & compagnia bella, per vedere l’effetto che fa.
 
Questi ricercatori, il cui istituto pare essere uno dei centri di ricerca sui sistemi complessi più all'avanguardia nel mondo, relazionano, dunque, sulla loro indagine scrivendone sulla rivista Nature Communications. Il loro lavoro iniziò nel 1998 ed è giunto oggi a compimento. L’indagine parte dalla constatazione che i sistemi sociali complessi spesso si avvicinano a un punto critico, una condizione di agitazione e instabilità superata la quale la situazione precipita, portando a drastici cambiamenti.
 
Il gruppo osservato era quello dei nostri cugini macachi, una cinquantina, ospitati nello Yerkes National Primate Center, in Georgia (Usa), a cui sono state applicate tecniche di meccanica statistica integrate con altre della teoria della probabilità. Il metodo doveva servire a collegare le proprietà dei singoli componenti di quel sistema complesso (in questo caso, i comportamenti dei singoli macachi) alle proprietà macroscopiche del sistema (la struttura sociale del gruppo).
 
Non sarebbe stato interessante applicare il metodo rapportando le proprietà dell’azzardatore Renzi, del nostalgico Bersani, del sussiegoso D’Alema, del languido Speranza, dell’ondeggiante Emiliano, eccetera, alle proprietà macroscopiche del PD, lacerato fra nostalgie e liberismo e individualismi, e altro ancora?
 
Scrivono i ricercatori che la distanza dal punto critico può essere stimata in base al numero di scimmie che manifestano nello stesso momento comportamenti agitati e di conflitto. Il modello che hanno tratto dal caso del gruppo studiato, è che quando i conflitti normalmente coinvolgevano due o tre esemplari, non si determinavano rivolgimenti sociali complessivi; se la tensione invece interessava quattro o cinque individui contemporaneamente (in altre parole all’incirca il 10%), ci si avvicinava pericolosamente al punto critico e bastava qualsiasi altro spunto di tensione per portare a un conflitto molto più vasto, e a un rivolgimento della gerarchia sociale. Ma se, come è avvenuto nel PD, la quota degli individui implicati sembra aver raggiunto percentuali più che ragguardevoli, per quella comunità sociale i guai in vista dovrebbero diventare davvero grossi.
 
E aggiungono che se una lotta coinvolge un esemplare molto popolare fra i suoi consimili, il punto critico si raggiunge già con quattro individui. Al contrario, il punto critico si allontana se qualcuno interviene per interrompere un conflitto agendo su quello specifico esemplare. A questo proposito, ognuno tragga le sue conclusioni.
 
Ma, detto fra noi, dubito ne avrebbero fatto qualcosa di utile. Il PD è nato bicefalo, ed è rimasto un bicefalo che non è riuscito a creare una nuova identità. L'Ulivo ne fu il più palese fallimento. Questa scissione è l'ultimo atto di quel fallimento, l'evento che rispecchia con grandissima puntualità un tempo in cui i muri d’ogni genere chiamano alla logica del branco come società autentica e del territorio come valore assoluto; dove le nostalgie sono intese come se fossero idee e invece non vanno oltre il rango di nomi di luoghi. Molto presto, spero e temo, finirà questa ubriacatura. Ci auguriamo di riscoprire che siamo tutti sulla stessa barca, ma mentre naviga più avanti ancora, non mentre va a fondo con l'inasprirsi di altri conflitti.

di Mario Papadia
 

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