Political Coaching

E adesso andiamo a votare e finiamola lì

27 Gen 2017


Le abbiamo combinate tutte quelle che si potevano combinare.
 
Ci teniamo la palla al piede del bicameralismo paritario che - grazie alla "costituzione più bella del mondo" – fa del nostro paese una tartaruga più unica che rara nelle democrazie occidentali, abilitata a compiere un passo avanti e due indietro e a lasciar marcire al Senato le leggi approvate alla Camera e viceversa.
 
Ci siamo tenuti la furbata di Matteo Renzi di pensare l'Italicum come una legge elettorale che prevedeva la soppressione del Senato prima ancora che fosse soppresso; e che poi come ben si sa non è stato soppresso con la vittoria del No referendario e quindi ci siamo incasinati in un groviglio quasi inestricabile.
 
Abbiamo la sentenza della Corte Costituzionale, che è come se dicesse: «che noia, ragazzi, possibile che debba sempre dirvi io come mettervi d'accordo? ma quando crescete?».
 
Andiamo a votare e finiamola lì.
 
Possibile che ci rassegniamo ad essere il Paese in cui un parlamentare della Repubblica propone un "porcellum" per bidonare un competitor politico? Un paese in cui non si chiede alle Virginie d'ogni genere ciò che le Virginie d'ogni genere hanno chieso ad altri? E tuttavia sembrano queste le questioni sostanziose. Ma davvero è importante se Virginia, o Marino, o Renzi, e Grillo o chi altri siano finalmente la parola per cui ci sentiamo finalmente addosso il Mosè giusto, per noi popolo schiavo dei "poteri forti"? Ma davvero ce la vogliano bere?
 
Perchè, come giustamente scrivono quelli del "Mulino", l'abbiamo voluta la bicicletta della sentenza della Consulta. Abbiamo la biciletta, adesso. E allora Italia, Mattarella, Camera, Senato,  partiti, movimenti, si pedali, si metta una pietra sopra, che si chiami "prima" o "terza" repubblica, o che altro sia, – ma chi se ne importa – smettiamola. Si vada a votare e si risolvano i problemi del lavoro giovanile, dell'emigrazione, del sistema creditizio, della ricerca, del dissesto geologico, del debito pubblico, del turismo culturale, dei diritti civili.
 
Ma, se proprio lo devo dire, è tempo di concederci una tregua per quanto basta all'impegno che si formi una classe politica degna di un Paese democratico e culturalmente avanzato, senza bisogno di farcelo dire perfino dai vescovi – che è tutto dire in fatto di democrazia.

di Mario Papadia
 

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