Political Coaching

Che vuol dire 'moderato'

12 Ago 2016

Sembra che tutti sappiano che cosa sia un "musulmano moderato". Dovrebbe essere all'incirca uno che non si esplode, che non spara nel mucchio, non pratica i social per organizzare attentati, non prova ad andare in Siria e aggregarsi al Daesh, e non grida "Allah akbar" mentre sgozza.

Questo termine "moderazione" mi odora tanto di roba politica, da centro-centro, posto in modo surretizio, in mancanza di fantasia linguistica. 
La moderazione, difatti, è una categoria della quantità più che della qualità: tizio beve con moderazione, caio è moderatamente attaccato al lavoro (probabilmente lo prende con molta calma), sempronio esercita in forma talmente moderata le sue passioni da parere uno stoico, e tito suda moderatamente.

Domande, in materia, non mancherebbero. Chissà se Gesù era un moderato, con le sue balorde beatitudini. E magari pure Maometto nelle sue chiacchiere stranianti con l'arcangelo Gabriele. Prendiamo Mandela con la sua disobbidienza civile e 27 anni di prigione senza mai cedere, chissà come sarebbe stata per lui scegliere il fronte della moderazione. Non tiriamoci dentro Lenin, che allora non arriviamo davvero a capo di nulla.

Il momento storico con cui abbiamo a che fare è ben altro che «stiamo calmi ragazzi, e comportiamoci con moderazione». La situazione presente va posta dentro una cornice assai particolare, che è il verificarsi di una rinascita assai travagliata di tutto il cosmo della civiltà musulmana.

La storia ci insegna che un effetto collaterale dell'ebollizione di una civiltà è che alcuni particolari tipi di soggetti quando ne sono investiti, vanno fuori di testa. Robespierre insegna. È stato per tutti i grandi movimenti storici, compresi il colonialismo rinascimentale, quello capitalistico, quello comunista, e a suo tempo quello del primo Islam.

Ed ogni espansione è stata accompagnata dalla scimitarra o dai fucili, e non solo da un bagaglio culturale. La questione sta proprio qui, che in ogni civiltà umana è possibile pescare, a volerlo, elementi di violenza e di predonismo. Sta qui il punto di svolta della questione islamica contemporanea, riconducibile a una crisi di rinnovamento o di involuzione.

La domanda importante è quindi di chiarire se è possibile una piattaforma di valori laici su cui fondare la convivenza tra cultura dell'Occidente e mondo arabo. Il nostro problema è fare i conti con la possibilità di far emergere una piattaforma minima di valori umanistici, condivisibile universalmente. L'altra faccia della globalizzazione economica. E in questo non possiamo essere "moderati".

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