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Astensione, ultima frontiera della libertà di opinione?

05 Giu 2016

La scelta di non votare è l'azione di chi intende rilevare il significato della propria non-azione, in questo caso non solo di sottrarsi alla scelta di un candidato piuttosto di un altro (come invece sarebbe se si andasse a votare scheda bianca), ma per di più di sfilarsi di partecipare ad un atto pubblico di proprio diritto.

Si proclama, in altre parole, che quel rito non riveste, non di per sé ma per i candidati che presenta, quel livello di dignità per la quale non vale la pena di spendere la propria "intelligenza" democratica. Si potrebbe anche aggiungere che, nella prospettiva nella dinamica dell'azione umana, quando si esercitano le procedure proprie allo scegliere fra opposte opzioni, in questo caso votare o non-votare, il soggetto si chiede quale sia il male minore, e decreta che sia la seconda scelta. Il male peggiore è il partecipare perché, come si dice da diverse parti, i candidati non sono stimolanti e/o nella politica non c'è proprio da aver fiducia.

In altri termini: "quando torneranno tempi migliori, o candidati migliori, noi pure torneremo a votare." Il partito vincente di una votazione, rappresentando la maggioranza, esercita il potere delle maggioranze nelle scelte politiche, sociali ed economiche di uno Stato democratico. Ora, scopriamo che il primo partito in Italia è quello dei non votanti. Cosa determinerà con la forza della sua maggioranza?. Forse l'avvento di quei tempi migliori o dei candidati più "presentabili" che esso auspica? Ecco quella che viene chiamata una "credenza" su cui val la pena di ragionare: è possibile che la propria assenza determini il comportamento di chi continua a essere presente in funzione del suo miglioramento, fino al punto da invogliare l'assente a ritornare? E se chi rimane approfitta per fare sempre più a modo suo?

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