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'Apartheid' d'Italia: formazione e lavoro

15 Dic 2016


Recentemente, nel World Economic Forum 2016, tenutosi a Davos è stato presentato un nuovo rapporto che esamina la strategia per l’occupazione, le competenze e la forza lavoro per il futuro. I dati elaborati ritengono che in cinque anni, più di un terzo delle competenze (35%) che sono considerate importanti nella forza lavoro di oggi saranno oggetto di cambiamento. Alcuni lavori spariranno, altri cresceranno e posti di lavoro attualmente inesistenti diventeranno realtà. Quello che è certo è che la forza lavoro avrà bisogno di allineare le sue competenze per tenere il passo.

Dagli ultimi dati registrati dall’Osservatorio della formazione continua del Ministero del Lavoro elaborato dall’ISFOL, emerge per l’Italia, un quadro desolante e molto lontano se lo si paragona alle esigenze formative derivanti dal rapporto di Davos.

Le statistiche nazionali e internazionali hanno fotografato il livello europeo di partecipazione alla formazione sui partecipanti adulti (25-64 anni) evidenziando che l’Italia rimane tra i paesi dove il risultato è al di sotto della media europea registrando un livello di partecipazione di poco superiore alla Polonia, Turchia, Grecia e Romania.

Se in Danimarca si registra il dato più alto con un 37,2% (uomini) e un 25,7% (donne), la situazione nel nostro Paese si rivela molto più indietro, 6,5% (uomini) e 5,8% (donne). Lontani anche dal dato medio europeo pari al 11,4% per gli uomini e al 9,6% per le donne.

Il dato più evidente è quello relativo a chi ha avuto accesso a iniziative di istruzione e formazione diviso per livello di istruzione in Italia:
•   Fino alla secondaria inferiore e titoli successivi (non diploma): 2,2%
•   Secondaria superiore e post secondaria (non titoli universitari): 9,4%
•   Primo e secondo livello istruzione terziaria (titoli universitari e oltre): 18,7%
 
Evidente la correlazione diretta tra propensione alla formazione e alti livelli di istruzione. A questo si aggiunge una tendenza delle organizzazioni del lavoro a coinvolgere maggiormente i propri dipendenti già qualificati (funzionale in relazione al ruolo da essi ricoperto), con il risultato che le probabilità maggiori di accedere ad opportunità formative le hanno lavoratori con maggiori attribuzioni e competenze, mentre di fatto ne vengono esclusi coloro i quali avrebbero più bisogno di interventi di formazione, appunto i giovani ancora in cerca di occupazione.

Lo sviluppo di forme di raccordo operativo fra agenzie formative e imprese rappresenta tuttora la principale sfida per lo sviluppo di un efficace sistema di formazione continua, adeguato alle esigenze di lavoratori e imprese e capace di offrire il giusto prodotto sul mercato del lavoro. In questo contesto, peculiarità tutta italiana è la centralità delle PMI (piccole e medie imprese) quali interlocutori privilegiati del sistema formativo. Le considera tali il 46,4% delle strutture accreditate, a cui si aggiungono le micro-imprese con quasi il 30% e le grandi imprese con l’11,1%.

Attualmente in Italia le fonti di finanziamento utilizzate per la formazione sono 4: Fondi pubblici 64%, Utenti singoli 27%, Finanziamenti dalle imprese 21%, Fondi Interprofessionali 19%.

Tuttavia la lenta uscita dalla crisi, tra le sue conseguenze, ha implicato un significativo utilizzo di risorse dalla formazione verso misure di politica passiva (integrazione al reddito dei lavoratori maggiormente colpiti dalla crisi). Risulta purtroppo così confermata, per fare un esempio, la decurtazione di 120 milioni di euro a partire dal 2016 sulla quota destinata ai Fondi interprofessionali, oltre a quella già operata nel 2015 di 20 milioni di euro.

di Cristiano Poduti

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